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La teoria dell'attaccamento

Scritto da Super User. Postato in Terapia Cognitiva

La teoria dell’attaccamento prende le mosse dai lavori di John Bowlby (1958, 1969/1982); questi rappresentano la base di partenza di successivi studi sulla relazione madre-bambino.
Nell’articolo del 1958, Bowlby si riferisce al termine attaccamento principalmente come  alla “specifica relazione tra madre e bambino” e come ad un “particolare schema di comportamento manifestato dal bambino per indicare un attaccamento”.

Bowlby cominciò le ricerche sull’attaccamento madre-bambino a partire dalle sue osservazioni del comportamento infantile in qualità di volontario presso una struttura per bambini disadattati, con storie di deprivazione e istituzionalizzazione. Nel 1951 presentò all’OMS una relazione (Maternal Care and Mental Health) in cui definiva la relazione esistente tra cure materne adeguate e salute mentale del bambino.

In tutto questo Bowlby prese le distanze dall’ortodossia della teoria psicoanalitica: diede importanza alle  esperienze reali del bambino; dimostrò inoltre come il legame di attaccamento non sia  soltanto un’esigenza infantile, ma un bisogno adattivo che accompagna l’individuo “dalla  culla alla tomba”.

Bowlby si affacciò all’etologia, influenzato dalle scoperte di Lorenz (1966) sul fenomeno dell’imprinting e dagli studi di Harlow (1958) sulle scimmie rhesus. Quest’ultimo, nel suo esperimento, notò che i piccoli di scimmia mostravano una preferenza verso un surrogato materno consistente in una parte metallica ricoperta da un panno morbido e peloso (a cui rimanevano aggrappati per la maggior parte del tempo), piuttosto che un nudo cilindro metallico che forniva cibo. Ne consegue che per i piccoli era preferibile l’agio del contatto corporeo all’approvvigionamento di cibo. Negli studi di Lorenz si osservò come in piccoli anatroccoli si potesse sviluppare un legame di attaccamento anche senza l’intermediazione del cibo. In sintesi si poté desumere che il sistema dell’attaccamento non è collegato al nutrimento, come sostenevano i teorici dell’apprendimento sociale e la scuola psicoanalitica, ma si tratta di un bisogno primario che può essere studiato all’interno di una cornice evoluzionista e di sviluppo.

 

Arrivò così a definire il comportamento di attaccamento come “[...] quella forma di comportamento che si manifesta in una persona che consegue o mantiene una prossimità nei confronti di un altro individuo differenziato o preferito, ritenuto in genere più forte e  più esperto, in grado di affrontare il mondo in modo adeguato. Questo comportamento diventa molto evidente ogni volta che la persona è spaventata, affaticata o malata, e si attenua quando si ricevono conforto e cure.” (Bowlby 1988).

Insieme a Mary Ainsworth  
introdusse inoltre il concetto di caregiver come base sicura: “[...] la caratteristica più  importante dell’essere genitori: fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire per affacciarsi nel mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato” (Bowlby, 1988).
Proprio la capacità di utilizzare i propri genitori come “base 
sicura” è la caratteristica principale dei bambini con attaccamento sicuro. Questi sono indipendenti e autonomi nell’esplorazione dell’ambiente, poiché sanno di poter contare, in caso di bisogno, su una madre (o un’altra figura di attaccamento) pronta ad accoglierli e a confortarli. 

L’idea di fondo implicita in questo approccio è che i bambini dimostrano il loro attaccamento attraverso schemi comportamentali di base: il sorriso, il pianto, l’aggrapparsi e la suzione (non si fa qui riferimento alla suzione come soddisfacimento di un bisogno di  cibo e calore, come postulava la teoria della pulsione secondaria). Tali schemi (comportamenti di segnalazione) sono a base innata e di natura istintuale e la loro funzione è quella di assicurare al bambino protezione e adeguate cure parentali per la sopravvivenza (funzione adattiva). Il comportamento di attaccamento è quindi in parte predeterminato e si sviluppa secondo il corso degli eventi.

I modelli operativi interni dell’attaccamento

Il concetto di modello operativo interno (MOI o IWM) fu introdotto nella teoria dell’attaccamento da Bowlby (1969/1982, 1973, 1980) sulla base della psicologia cognitiva (Craik, 1943). Si tratta di una struttura che include componenti affettive, percettive, motorie e cognitive. E’ concepito come una rappresentazione interna di Sé e di ciascuna figura di attaccamento ed è costituito da strutture di memoria implicita delle interazioni con la figura di attaccamento, e delle risposte date da questa nei confronti delle richieste di cura e conforto del bambino. Le relazioni con le persone significative vengono generalizzate in modelli operativi (di Sé, dell’Altro e di Sé-con-l’Altro) che danno significato alle prime esperienze interpersonali, funzionano come base per l'assimilazione e l’elaborazione delle successive esperienze con l’Altro e costituiscono la matrice delle future interazioni. Con l’aiuto di queste rappresentazioni il bambino regola il proprio comportamento sulla base delle aspettative formatesi nella comune storia di relazione, attivando piani e strategie già immagazzinati. Servono quindi per orientarne il comportamento verso la figura di attaccamento e prevederne i comportamenti più probabili in successivi episodi di attivazione del sistema di attaccamento.

I pattern di attaccamento

Comportamenti di attaccamento vengono attivati a seguito della percezione di disagio, dolore, pericolo o solitudine, oppure dalla semplice constatazione dell’assenza di persone di riferimento. Allo stesso modo tale sistema si disattiva quando viene ripristinato l’equilibrio iniziale: il Piano viene portato a termine con l’avvicinamento ad una figura di attaccamento disponibile a fornire aiuto, conforto e protezione al bambino; la stessa cosa può avvenire anche qualora persista l’impossibilità a conseguire la suddetta meta, inducendo una inibizione del sistema.
Ogni individuo organizza il proprio comportamento utilizzando qualsiasi capacità a disposizione (in base all’età e alle esperienze di apprendimento con le figure di attaccamento) che permetta di raggiungere lo scopo biologicamente predeterminato. Tali abilità possono essere il pianto, la protesta o il movimento. Ma il sistema dell’attaccamento mette in moto anche una serie di intense emozioni (paura, rabbia, tristezza, disperazione, distacco emozionale, conforto, gioia, sicurezza e fiducia).
La paura insorge quando viene a crearsi una situazione di separazione e lontananza dalla figura di attaccamento o quando l’accessibilità alla stessa viene minacciata o resa incerta; normalmente funziona come segnale comunicativo per indurre risposte di conforto.
La rabbia si manifesta se le richieste di cura e accudimento da parte del piccolo non vengono soddisfatte per un po’ di tempo, o quando i genitori sono percepiti come non disponibili per una prolungata separazione. Essa può servire a motivare il bambino rispetto ad alcune risorse per far fronte a quegli ostacoli che impediscono l’avvicinamento alla figure di attaccamento; oppure potrebbe scoraggiare quest’ultima contro future indisponibilità.
La tristezza fa seguito alla consapevolezza di una figura di accudimento difficilmente reperibile e all’inutilità di ogni sforzo messo in atto per ripristinare il contatto; è a questo punto che comincia il disinvestimento dalla figura di accudimento e l’accettazione della sua perdita. La tristezza consente inoltre di adattarsi ai nuovi cambiamenti e di rivedere così i propri modelli operativi (Kobak, 1999).
Altre emozioni, come gioia, sicurezza e fiducia, vengono invece attivate al momento del ricongiungimento.

Mary Ainsworth e la Strange Situation

Mary Ainsworth, una collaboratrice di Bowlby, elaborò una situazione sperimentale per determinare il tipo di attaccamento tra madre e figlio. La situazione, denominata "strange situation", era suddivisa in otto episodi, ciascuno della durata di tre minuti, dove il bambino veniva sottoposto a situazioni potenzialmente generatrici di "stress relazionale". Nella strange situation i principali stili di comportamento attivati sono:

  • il comportamento esploratorio;
  • il comportamento prudente o timoroso;
  • il comportamento di attaccamento;
  • il comportamento socievole;
  • il comportamento arrabbiato/resistente.

L'esperimento, che si dipana in otto fasi, ha queste caratteristiche:

  • 1º episodio. In una stanza apposita vengono fatti entrare, e successivamente lasciati soli, la madre con il figlio.
  • 2º episodio. Nella stanza sono presenti dei giocattoli in un angolo, il bambino ha così la possibilità di esplorare l'ambiente ed, eventualmente, giocare con la madre.
  • 3º episodio. Entra un estraneo che siede prima in silenzio, poi parla con la madre e successivamente coinvolge il piccolo in qualche gioco.
  • 4º episodio. La madre esce lasciando il bambino con l'estraneo.
  • 5º episodio. Successivamente rientra la madre nella stanza ed esce lo sconosciuto.
  • 6º episodio. In questo episodio la madre lascia di nuovo il bambino; è da notare che questa volta lo lascia solo.
  • 7º episodio. Entra l'estraneo e, se necessario, cerca di consolare il bambino.
  • 8º episodio. La madre rientra nella stanza.

La sequenza osservativa di tutte le fasi della strange situation, permette di definire quattro tipologie di attaccamento che legano la madre (o la figura principale di accudimento) e il bambino:

  • stile "sicuro": il bambino esplora l'ambiente e gioca sotto lo sguardo vigile della madre con cui interagisce. Quando la madre esce e rimane con lo sconosciuto il bambino è visibilmente turbato. Al ritorno della madre si tranquillizza e si lascia consolare.
  • stile "insicuro-evitante": il bambino esplora l'ambiente ignorando la madre, è indifferente alla sua uscita e non si lascia avvicinare al suo ritorno.
  • stile "insicuro-ambivalente": il bambino ha comportamenti contraddittori nei confronti della madre, a tratti la ignora, a tratti cerca il contatto. Quando la madre se ne va e poi ritorna risulta inconsolabile.
  • stile "disorganizzato": il bambino mette in atto dei comportamenti stereotipici, ed è sorpreso/stupefatto quando la madre si allontana.

Attraverso una serie di sperimentazioni con la strange situation, Mary Ainsworth e John Bowlby hanno potuto notare come il comportamento di attaccamento, osservato tra la madre e il suo bambino, oltre a fornire protezione al piccolo, serviva a costituire una "base sicura" a cui il bambino potesse ritornare nelle fasi di esplorazione dell'ambiente circostante. Questa "base sicura" permette così di promuovere nel bambino un senso di fiducia in se stesso, favorendone progressivamente l'autonomia.

Le ricerche di Bowlby e gli esperimenti della Ainsworth hanno dimostrato che ogni esperienza di separazione dalla madre, o anche di semplice minaccia di separazione, determinano nel bambino una reazione di protesta ansiosa e una riduzione del comportamento di esplorazione autonomo. A parere di Bowlby, diversi disturbi infantili e alcune psicopatologie adulte sono imputabili allo stress provocato da queste ripetute esperienze traumatiche.
Separazione e minaccia di separazione costituiscono forme di deficit parentale e contribuiscono ad accrescere la dipendenza del bambino dalla madre.

Il bambino sicuro

Il bambino classificato come sicuro (B) alla Strange Situation è in grado di utilizzare il genitore come Base Sicura da cui partire per l’esplorazione dell’ambiente. Alla separazione protesta vivacemente e dimostra di sentire la mancanza della madre (in particolare alla seconda separazione), ma può anche riuscire a farsi confortare dall’estraneo. Alla riunione saluta il genitore con sorrisi, vocalizzazioni o mette in atto tentativi di avvicinamento. Una volta raggiunto il contatto lo manterrà fino a che sarà necessario. Dopo essere stati confortati, i bambini più sicuri potranno anche tornare a giocare. Questi sembrano determinati nella ricerca del genitore, e altrettanto sicuri del conforto che riceveranno al momento della riunione (Liotti, 1996). Si tratta di bambini che hanno fatto esperienza di caregiver stabilmente disponibili, pronti a rispondere quando chiamati in causa, per incoraggiare e dare assistenza, ma intervenendo attivamente solo quando necessario (Liotti, 1994). Hanno appreso ad attendere con fiducia una risposta di conforto al proprio pianto e alle proprie proteste per separazioni indesiderate; per questo si fidano immediatamente dell’abbraccio materno nel momento della riunione e si calmano con prontezza. Il contatto fisico è infatti caratterizzato da uno stile tenero e gentile, tale da renderlo piacevole per entrambi i membri della diade.

Per quanto riguarda i modelli operativi interni, questi sembrano funzionare in piena sintonia con quello che è il mandato innato del sistema interpersonale dell’attaccamento. Il  bambino B ha una rappresentazione di Sé come degno amore e attenzione, autorizzato a
esprimere il disagio nei momenti di difficoltà. Vi è una rappresentazione dell’Altro come affidabile, benevolo, disponibile e accogliente. Tale modello operativo si è formato a partire da memorie e aspettative in cui le proprie richieste di attaccamento hanno incontrato una coerente risposta positiva da parte della figura di accudimento.

Il bambino Insicuro/Evitante

Il bambino classificato come insicuro/evitante (A) alla Strange Situation non utilizza il genitore come Base Sicura; non tende a fare riferimento all’adulto quando si sente moderatamente spaventato e a disagio. Al momento della separazione dalla madre, non protesta, non mostra segni di ansia né di preoccupazione o altri segni di disagio. Al suo ritorno si mostra apparentemente indifferente, accogliendola senza enfasi e mantenendo l’attenzione sui giochi e sugli oggetti. Tende a evitare attivamente il contatto visivo e fisico con il genitore, mostrando quella che viene chiamata “autonomia forzata”. In particolare se il genitore cerca di prenderlo in braccio il piccolo si irrigidisce o cerca di divincolarsi. Questo comportamento è tipico dei bambini che si sono trovati, nel corso del primo anno di vita, ad interagire con una madre evitante e poco accogliente rispetto alle richieste di contatto fisico del figlio. I bambini con attaccamento evitante hanno prevalentemente figure genitoriali che non rispondono alle loro richieste, che si rifiutano di aiutarli o che esprimono rabbia quando i figli si avvicinano loro. Questa esperienza di non sintonizzazione è talmente ripetuta, che il bambino arriva a rinunciare all’aiuto e al sostegno della figura di accudimento; impara a dissimulare le sue emozioni, specie quelle relative all’attaccamento, e a reprimere la manifestazione dei propri bisogni psicologici, di conforto e di protezione. Esibisce così una precocissima autonomia, non fondata però su un adeguato processo evolutivo.

Il significato dei ricordi semantici che compongono il MOI dell’attaccamento evitante trasmettono l’aspettativa di essere disapprovato o rifiutato, se si esprime il bisogno di cure, e una valutazione negativa dei propri sentimenti di attaccamento. Le emozioni di vulnerabilità del Sé sono rappresentate come una fonte di fastidio per la figura di attaccamento e quindi come qualcosa da non esprimere. Da ciò emerge una rappresentazione di Sé come indegno di protezione e cura da parte dell’Altro significativo; si crea un’immagine di Sé come poco amabile, non meritevole di fiducia e incapace di uscitare nell’Altro risposte positive e affettuose, e rappresentazioni dell’altro come  rifiutante, “lontano” e inaffidabile (Liotti, 1996). Tale pattern, nonostante le  rappresentazioni negative delle emozioni di attaccamento, conserva comunque sufficienti caratteristiche di unità, coerenza e organizzazione (Liotti 2001).  Per questi bambini l’evitamento risulta essere l’unico comportamento, adattivo, in grado di  sedare la sofferenza verso una madre costantemente lontana o svalutante. L’apatia, la  rassegnazione e l’autonomia forzata hanno preso il posto della disperazione, un sentire ovattato che permette loro di mantenere la vicinanza in una relazione che non concede possibilità di incontro.

Il bambino Insicuro/Ambivalente o Resistente

Il bambino classificato come insicuro/ambivalente o resistente (C) alla Strange Situation piange e protesta vivacemente al momento della separazione. Spesso la vicinanza e il contatto con i caregiver vengono ricercati ancora prima che essa avvenga, attivando un forte controllo nei confronti dell’estraneo e della situazione. La riunione è caratterizzata da una forte resistenza al conforto della madre e al suo abbraccio; si avvicina alla figura di accudimento, ne richiede il contatto e si lascia prendere in braccio, ma contemporaneamente vi si oppone aggressivamente e in modo lamentosonon lasciandosi confortare dalla sua vicinanza. Altri bambini possono manifestare un’insolita passività, continuando a piangere senza riuscire a cercare il contatto attivamente. Nella maggior parte dei casi, comunque, il bambino alterna offerte di contatto con segnali di rifiuto e rabbia: pur nella braccia del genitore reagisce come se fosse ancora al momento della separazione (Weinfield, Sroufe, Egeland e Carlson, 1999). Questo tipo di comportamento è facilmente comprensibile se si fa riferimento a una relazione primaria, nel primo anno di vita, in cui il bambino si è trovato ad interagire con una madre incostante e poco coerente nel far fronte alle sue richieste di cura. I bambini con attaccamento resistente hanno figure genitoriali che reagiscono in modo discordante alle esigenze di attaccamento: a volte rispondono positivamente, altre volte si mostrano improvvisamente e imprevedibilmente indisponibili. A questo punto, l’aspettativa di una risposta adeguata continua ad essere presente, ma l’attivazione del sistema di attaccamento persiste anche dopo la riunione, nell’eventualità (più volte confermata) di una perdita improvvisa del conforto e di un’ulteriore separazione o indisponibilità della figura di accudimento. La caratteristica fondamentale dei bambini con organizzazione ambivalente è, quindi, l'eccessiva attivazione del sistema motivazionale di attaccamento, a causa di un’incoerenza delle risposte genitoriali che ne rendono difficile la disattivazione. La lontananza e la separazione dalla figura di attaccamento sono scarsamente sopportate; appaiono dipendenti e centrati sul genitore, con pochi aspetti di autonomia. Sembrano inoltre richiedere una continua conferma della presenza e della protezione dell’adulto, come se fossero carenti di un solido sentimento di sicurezza interiorizzata (favorito anche dalla presenza di situazioni in cui il piccolo viene minacciato di abbandono). Tutto ciò si risolve con uno sbilanciamento attaccamento/esplorazione, in cui la massima attivazione del primo rende difficile la messa in atto di qualsiasi movimento esplorativo. Il comportamento di esplorazione è reso faticoso anche dalla tendenza della madre “preoccupied” a interferire con le attività esplorative autonome del figlio (in questo caso, l’abbraccio materno convoglia un significato di limitazione della propria libertà); la figura di accudimento non riesce a riconoscerlo come centro autonomo di iniziativa. Essa ha inoltre un atteggiamento interiore poco chiaro e contraddittorio circa il significato dei bisogni di attaccamento del bambino; le madri dei bambini ambivalenti sembrano ancora invischiate (entangled) in dolorose dinamiche di attaccamento non ancora risolte, con i propri genitori. 

 
I modelli operativi interni del pattern di attaccamento ambivalente sono costituiti da episodi in cui la figura di accudimento risponde positivamente alle richieste di cura, e da altri in cui tale risposta non arriva. In questa alternanza di comportamenti materni risulta difficile rinvenire  elementi di regolarità e di simmetria, tali da consentire la costruzione di una strategia 
interattiva unitaria e coerente (come nei bambini B ed A). Tutto ciò si riflette in dubbi e incertezze relativi a se e quando l’aiuto sarà disponibile, costituendo così le basi per una duplice rappresentazione di Sé, dell’Altro e della relazione; da un lato, vi è un’immagine di Sé e dell’Altro come amabile e degno di attenzione e fiducia, mentre dall’altro come inaffidabile e indegno di risposte benevoli nei momenti di difficoltà. Inoltre, la tendenza  genitoriale a non considerare il bambino come centro autonomo di iniziative, ma come “oggetto” di cui disporre a proprio piacimento, porterebbe allo strutturasi di rappresentazioni di Sé e dell’Altro come “oggetti” da controllore e una visione della relazione come veicolo di ansioso controllo reciproco (Liotti, 1994). 
 
Per questi bambini “tenersi aggrappato” è l’unica possibilità che resta loro, per assicurarsi  la vicinanza di una madre affettivamente incostante; per riuscire a vivere in una relazione in cui l’unicità della rappresentazione della mente dell’altro è stata sostituita da un’illogica alternanza di reazioni alle richieste di accudimento.

Il bambino Insicuro/Disorganizzato

Il bambino classificato come insicuro/disorganizzato (D) alla Strange Situation esibisce comportamenti apparentemente senza spiegazione, scopo o intenzione; tuttavia è possibile rilevare serie di comportamenti organizzati riconducibili ai tipi B, A e C, che in ogni caso si susseguono repentinamente e sono tra loro incompatibili. In tutte le fasi della “situazione insolita” è possibile osservare la messa in atto di sequenze di comportamenti o comportamenti simultanei e contraddittori, incompleti o interrotti improvvisamente. Si può notare anche la presenza di stereotipie, espressioni di confusione e disorientamento, paura o preoccupazione nei confronti del caregiver. Non è raro riscontrare, al momento della riunione, bambini disorganizzati andare verso la madre tenendo la testa girata dall’altra parte, come a evitare un incontro di sguardi; oppure cambiare direzione all’ultimo istante posizionandosi repentinamente con il viso rivolto verso la parete. Altre volte il bambino può fermarsi improvvisamente come pietrificato, l’espressione disorientata o persa nel vuoto, come se entrasse in una sorta di trance ipnotica. Queste condotte possono dare la sensazione che tali bambini siano come bloccati, sospesi in un limbo tra l’avvicinamento e l’evitamento, incapaci di organizzarsi in un senso o nell’altro. Si ritiene che la disorganizzazione dell’attaccamento sia correlata alla presenza di lutti o traumi non elaborati dal caregiver. Questi si riflettono in atteggiamenti o comportamenti di dolore, paura, collera improvvisa o estraneamento durante l’attivazione del sistema di accudimento (Schuengel et al., 1999). La predisposizione innata all’attaccamento fornisce al bambino la capacità di riconoscere i segnali offerti dalla figura di accudimento alle richieste di cura. Egli è in grado così di organizzare una determinata modalità di attaccamento in relazione al significato attribuito a tali segnali (accettazione, rifiuto o entrambi nel caso di un pattern ambivalente). La mente umana non è però attrezzata per dare significato a quei segnali che derivano da traumi o lutti non elaborati. È per tale motivo che il bambino non riesce a organizzare comportamenti coerenti e unitari in risposta a espressioni di paura, estraneamento o collera.
Il significato dei ricordi semantici che compongono il MOI dell’attaccamento disorganizzato possono essere espressi attraverso molteplici e simultanee rappresentazioni Sé/Altro. Il bambino ha un’immagine di Sé come accettabile e dell’Altro come disponibile: in effetti non riceve espliciti segnali di indisponibilità e rifiuto. Contemporaneamente percepisce il genitore come spaventante, andando a costruire una rappresentazione di Sé come vittima impotente e dell’Altro come minaccioso. Nel momento in cui il bambino si avvicina al genitore, questi esprime paura, andando a rafforzare un senso di Sé come pericoloso (se non addirittura mostruoso) e causa del terrore e dell’impotenza dell’Altro. Un’altra interpretazione della relazione è data dall’immagine di Sé e dell’Altro come vittime indifese di una minaccia esterna, invisibile e inspiegabile. Se poi la figura di accudimento trae conforto, in alcuni momenti, dalla vicinanza col bambino, questi avrà un’ulteriore rappresentazione di come salvatore onnipotente di un genitore debole e vulnerabile; si verranno così costituendo le basi del tipo di interazione nota come “inversione dell’attaccamento”.
Sintetizzando, nell’attaccamento disorganizzato il bambino esperisce una relazione primaria talmente destrutturante e paradossale da condurre alla creazione di MOI multipli e incompatibili. Questi vedono entrambi i membri della diade alternarsi senza fine fra i tre ruoli di vittima, salvatore e persecutore (il “triangolo drammatico”). All’immagine di come persecutore e salvatore corrispondono inoltre atteggiamenti spesso controllanti nei confronti della figura di accudimento (osservabili dall’età di 6 anni). Questi si manifestano attraverso comportamenti punitivi verso il genitore o di preoccupazione, eccedendo in cure talvolta inappropriate. Con questa strategia, il bambino raggiunge un’apparente livello di coerenza mentale e comportamentale, che tuttavia si frammenta non appena viene attivato il sistema dell’attaccamento.

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